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«Si alza il vento, lieve come il respiro di chi, risvegliandosi, si ricorda del mondo in cui è nato». Sandor Marai, Le braci, (Adelphi).

L’uomo aspira a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo. Eppure, tutto intorno a lui parla del momento in cui è nato. Attraverso la memoria l’uomo preserva la sua aspirazione a tornare in vita, cerca di rinascere continuamente attraverso le circostanze che abita. Scava in esse fino a raggiungere il punto di massima intensità. Niente si manifesta più intensamente di un nuovo inizio.

Cesare Pavese ha scritto che «l’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante». E allora cosa accade quando si smette di venire al mondo?

Questo mondo è abitato da occhi prudenti e sorrisi mancati. Essi vivono di giorno, quando la luce si dispiega nella circospezione e si distendono solo nella familiarità della notte. Eppure, con un po’ di fortuna si può ammirare un uomo nella sua interezza: passeggiando tra le colline delle Langhe, aspettando le notti bianche a Nevskij prospekt, o inciampando nella solitudine di Booneville, sole e luna si riconoscono e si ricongiungono in un mondo altro, che chiameremo Marte, dove la luce vivace è impotente.

La letteratura è abitata da marziani, personaggi fuori dal contesto in grado di regalarci momenti di verità.  Essi ci attraggono come ricordi di un’esistenza incontaminata e ci legano alle loro gesta appellandosi all’archetipo dell’uomo libero.  Cosa attrae più di un uomo, se non la sua capacità di rideterminazione?